Così chiamata in tempi recenti e meglio conosciuta localmente sino a pochi anni fa come Valle del Diavolo o Valle del Mat Bünadol, è posta geograficamente nell'alta Val Cavallina e più esattamente tra il Laghetto di Gaiano, il Monte Clemo (800 m.) ed il Monte Nà (708 m.). Il notevole interesse naturalistico di quest'area è dovuto alla presenza, ad un'altitudine di soli 360 metri s.l.m., di oltre trenta specie vegetali con caratteristiche della flora alpina (stella alpina, anemone alpino, rododendro alpino ecc.). Fenomeno che, di analoga importanza, è costituito dal biotopo delle "Eislöcher" nella Provincia di Bolzano.
La Valle del Freddo è lunga poco più di seicento metri ed è caratterizzata dalla presenza di tre depressioni simili a doline, ha origine in prossimità del Lago di Gaiano e risale lungo le pendici del Monte Clemo verso nord-est. E' completamente incisa nei calcari di Zorzino che costituiscono buona parte del detrito di falda che caratterizza il fianco sinistro della valletta stessa. A poche centinaia di metri possiamo ammirare l'orrido "
Bögn di Zorzino", altro interessante fenomeno naturalistico costituito da una serie di lame, alcune alte oltre trenta metri, che strapiombando sul Lago d'Iseo danno vita ad un paesaggio molto suggestivo e geologicamente importante.Si può far risalire l'origine della valle, all' ultima glaciazione detta
würmiana e terminata dai 15.000 ai 20.000 anni fa, d'altra parte tutte le glaciazioni verificatesi nel quaternario sono penetrate in Val Cavallina con un ramo secondario al ramo principale che, provenendo dalla Val Camonica, scendeva lungo il Lago d'Iseo. Durante l'ultima glaciazione, meno possente delle precedenti, i ghiacci non giunsero, probabilmente, né superarono le cime del Monte Clemo e del Monte Nà, dove poterono proliferare le specie vegetali tipiche di quel clima, simile per certi aspetti a quello attualmente presente in alta montagna.Man mano che, a causa delle modifiche climatiche, il ghiacciaio si ritirava, i fianchi del Monte Nà, sottoposti a forte erosione dalle acque e dal ghiaccio, produssero grandi quantità di pietrame che andò ad accumularsi sul fondo della Valle; la particolare composizione calcarea del materiale favorì ulteriori fenomeni di erosione che contribuiscono tutt'oggi ad un continuo rimodellamento dei fianchi e del fondo della valle. Tali fenomeni, dovuti soprattutto alla reazione acida dell'acqua sulla pietra calcarea, sono noti con il termine di "
microcarsismo", e sono particolarmente evidenti su quasi tutte le pietre che costituiscono il macereto della Valle del Freddo.Anche le specie vegetali che proliferavano tutt'attorno, man mano che il ghiacciaio si ritirava, dovettero soccombere alle specie tipiche del clima temperato che andava ad instaurarsi sui territori ormai liberi dai ghiacci. Per una serie di fenomeni fisici dovuti alla particolare morfologia dell'area, nella Valle del Freddo avvenne in parte; il sottosuolo della valle si mantenne gelido e quindi, molte specie vegetali tipiche degli ambienti subnivali, riuscirono a sopravvivere giungendo sino a noi attraverso i secoli.
Nella Valle del Freddo sono state, sino ad ora, catalogate 162 specie vegetali di cui trentadue sono caratteristiche del clima alpino, di un ambiente cioè completamente diverso da quello che circonda la valle. La distribuzione di queste specie sul territorio della riserva naturale è molto eterogenea: le specie vegetali "alpine" (microterme) sono infatti concentrate vicino alle
bocche di emissione dell'aria gelida sul fondo della valle. Qui si possono incontrare stelle alpine (Leontopodium alpinum) e la minuta Erba dei camosci (Hutchinsia alpina) prima specie microterma a far capolino in primavera tra le pietre del macereto.Sempre più vicino alle "buche del freddo" soprattutto nelle conche più umide e meno esposte al vento, si potrà notare la Pinguicola alpina, pianta insettivora le cui foglie carnose, di un colore verde-giallognolo e ricoperte da peduncoli e ghiandole secernenti una sostanza appiccicosa che intrappola e digerisce gli insetti che vi si posano, formano una rosetta basale appiattita sul terreno. Molto diffusa è invece la Sassifraga di Host (Saxifraga hostii) solitamente riunita in cuscinetti costituiti da una serie di rosette formate da foglie verde scuro e ricoperte da incrostazioni calcaree. Sono invece molto rari nella valle, l'Arabetta alpina (Arabis pumila) e la Margherita d'alpe (Aster Bellidiastrum) localizzati solamente in paio di anfratti difficili da scoprire, come anche i ciuffi di Peverina di Carinzia (Cerastium carinthiacum), dal piccolo fiore bianco, sono localizzati in un solo anfratto del terreno, e l'estrema limitatezza del numero rendono ancor più conto della rarità del fenomeno e della sua singolarità.
Quest'angolo naturale ricco di noccioli, ghiande e di numerosi frutti e la pineta offrono rifugio a numerose specie di animali: lepri (Lepus europaeus), donnole (Mustela nivalis), volpi (Vulpes vulpes), tassi (Meles meles). Tra i rami di rovo, sui noccioli o nel cavo di vecchi alberi fanno i loro nidi i ghiri (Glis glis), i topi moscardini (Moscardinus avellanarius), gli scoiattoli (Sciurus vulgaris). Il bosco è anche ricco di uccelli: merli (Turdus merula), cinciallegre (Parus major), fringuelli (Fringilla coelebs), averle (Lanius collurio) e verdoni (Carduelis chloris). Meno comuni ma facili da osservare sono la ghiandaia (Garrulus glandarius), l'upupa (Upupa epops) e il cuculo (Cuculus Canorus).
Tra i rapaci notturni vanno segnalati la civetta (Athene noctua) e il gufo comune (Asio otus), mentre è un'autentica rarità il passero solitario (Monticola solitarius) avvistato recentemente da alcuni ricercatori. Anche i rettili popolano numerosi la Valle del Freddo: la vipera (Vipera aspis), il biacco (Coluber viridiflavus), la Coronella austriaca e il Columbro di Esculapio (Elaphe longissima).
La maggior parte dei percorsi antichi, sentieri o mulattiere, che disegnano il territorio della Val Cavallina, si irradiano dagli abitati, posti in prossimità del fondovalle, verso le quote più alte dove si trovano boschi e pascoli.
Uno dei più interessanti tra essi è il percorso da Grone ai pascoli del Monte di Grone e di Adrara S. Martino, lungo la strada di Salino.
E il tipico tracciato della "monticazione", utilizzato per gli spostamenti stagionali del bestiame; la tradizione di andare al Monte di Grone, in occasione del primo maggio, è stata conservata fino ad oggi, anche se molti affrontano il percorso in macchina e naturalmente il senso della scampagnata è del tutto diverso.
Ripercorrere a piedi la mulattiera da Grone (m. 387) ai nuclei di Salino, Ronchi e S. Antonio (m. 799) permette di apprezzare il permanere delle colture e della tradizionale organizzazione agraria, distribuite in rapporto alla quota; per le sue caratteristiche di completezza e buona conservazione, il percorso si presta anche per escursioni didattiche.
Da Grone a Piazzoli
Partendo da Grone si affronta la mulattiera per Salino che si snoda ripida aggirando la costa verso Est. Antiche
terrazzature, sostenute da belle murature a secco in calcari selciosi locali, si affacciano sopra e sotto il percorso, delineando un paesaggio agrario oltremodo gradevole; la coltura "a ronco", tipica della fascia prealpina, qui ha dato il nome anche alla costa che si chiama appunto "Ronchi", in dialetto Ruk, disseminata di edifici rurali (Colzèda, Tòder).
Il tracciato, oltrepassata una modesta valletta, prosegue sul versante destro della Valle Calvarola procedendo, allombra di grandi castagni, tra prati e pascoli; lentamente il castagneto diventa dominante, anche se talvolta degradato e irriconoscibile per lavanzare del roveto o di una boscaglia piuttosto fitta.
Giunti ad un doppio tornante, da cui si stacca a destra in basso, il tracciato della "bià egia", ci si può allontanare per un attimo dalla mulattiera per raggiungere il crinale del dosso dei Piazzoli e Brughèr, che si affacciano sulla conca della media Val Cavallina.
Da Piazzoli a Ronchi
Riprendendo la mulattiera si attraversa un bosco dominato ora da roveri, con discreta presenza di cerri, ora da carpino nero; le due essenze sottolineano un diverso trattamento colturale nei secoli trascorsi, con prevalenza del pascolo per le zone da rovere e della ceduazione per le zone a carpino.
Proseguendo si arriva ad uno slargo a prato, con una cascina (la Rocca, m. 700) e con abbondanti tracce di
castagneto, ora espiantato, dal quale si gode una prospettiva panoramica sulla bassa Val Cavallina; da qui la strada torna ad assumere le caratteristiche della antica mulattiera, totalmente immersa nel bosco e nel castagneto. In pochi minuti si raggiunge la parte bassa dei prati di Ronchi, dominati ormai dallabbandono, dove i rovi e la rosa canina invadono i prati non falciati e sommergono lentamente peri, meli e ciliegi da frutto. Si sale fino a incontrare il tracciato semipianeggiante della "strada per Colognola" che si sviluppa, tra i 750 e gli 800 metri, dallabitato di S. Antonio per Salino, Ronchi e i prati di Cummia.
Ronchi
Siamo arrivati al gruppo di insediamenti stabiliti più alti di tutta la Val Cavallina, favoriti dallottima esposizione e dalla presenza della notevole area pascoliva del Monte di Grone. Tra questi nuclei, Ronchi è il più modesto ma anche il più intatto, vero museo etnografico attivo dove il tempo si è fermato per un attimo a considerare il da farsi.
Qui, accanto allallevamento del bestiame, si praticava la coltura dei cereali, frumento e granoturco, che venivano essiccati o battuti e quindi macinati con un rudimentale molino a mano. La presenza della cantina e di una pergola residua testimoniano che la vite riusciva a resistere fino a queste quote (circa 800 metri): da essa si otteneva un vinello un po' acido, il clinto, che permetteva modesti sollazzi. E poi stalle e fienili, cisterne, ricoveri per stramaglie, un piccolo orto protetto mediante un muro dal bestiame e dal vento, attrezzi ancora al proprio posto, come se qualcuno si fosse allontanato per tornare lindomani; e ancora poco oltre, sulla mulattiera, una calchera pressoché integra, i campi, ora trasformati in prati, le piante da frutto, i castagneti: tutto ciò documenta una organizzazione agraria completa, anche se difficile e ai limiti della produttività.
Un percorso di attraversamento della Val Cavallina lungo vecchi sentieri, non risulta molto agevole per landamento dei tracciati; si possono tuttavia sfruttare i percorsi confinari, posti sui crinali, che spesso sono lelemento di separazione tra territori comunali collocati sui due versanti.
Una proposta interessante riguarda il versante idrografico destro del rilievo vallivo: partendo dalle pendici del Monte Misma, attraverso il Colle Gallo ed i terrazzi di Bianzano-Ranzanico si può raggiungere la Valle Palate, che segna il confine settentrionale della Valle. Questa scheda presenta la prima parte del tracciato, da Cenate S. Leone al Faisecco; fino ai Predòlc il sentiero è stato recuperato di recente; è ben segnalato e in parte attrezzato per la sosta. Gli aspetti più interessanti riguardano il paesaggio e la vegetazione boschiva; questultima componente, dominando tre quarti del percorso con una forte copertura, consente di muoversi in un ambiente ombreggiato anche nei periodi più caldi. La distanza può essere coperta comodamente in circa quattro ore.
Fino a Santa Maria di Misma
Si parte da Cenate S. Leone sopra la località Berzuccone (m. 450), detta anche al Mori, dove prende avvio lantica mulattiera, chiusa tra murature a secco, che segue il crinale della costa. Ci si addentra subito in un bel bosco di carpino nero e rovere con rari individui di carpino bianco, acero campestre, corniolo, lantana, rusco. Oltre labbeveratoio dei Plass il percorso si fa più erto e lambiente più arido, su un substrato di calcari selciosi che spesso affiorano in superficie; al carpino nero ora si associano la roverella, il corniolo, il ligustro, il pruno selvatico, il crespino, la rosa canina; compaiono anche il ginepro e lagrifoglio.
A partire dalla Ca de Hòlt diminuisce la pendenza, mentre aumenta la profondità del suolo e la copertura vegetale: compare il castagno. Il percorso si addentra poi nella parte alta della Valle Calchera con boschi più fitti e rigogliosi; al castagno e al carpino nero si associano il nocciolo, lacero montano e campestre, il frassino maggiore, il ciliegio, il sorbo, talvolta il tiglio. A meno di unora siamo in vista di S. Maria (m. 832).
Da Santa Maria ai Predòlc
La chiesetta è raggiunta da numerosi tracciati provenienti da Spersiglio attraverso il Monte Bastia, dalla Valpredina, dalla Val Calchera; dal porticato della chiesetta romanica, che invita alla sosta, si gode un ampio panorama sulla pianura bergamasca.
Riprendendo il percorso per i Predòlc, a Est rispetto alla chiesa, non dimentichiamoci di sorseggiare lacqua della fontana dei frati, una delle poche che si trovano a questa quota. A circa 800 metri, attraversiamo dei prati che consentono slarghi panoramici su Trescore e la conca di Zandobbio. Si arriva velocemente sul crinale, che separa lidrografia della Val Cavallina da quella della Valle del Luio; si cammina immersi in boschi che, non più tagliati da parecchi decenni, già si avviano a diventare foresta con diversità di specie arboree tra i due versanti. Tale aspetto risulta ancor più evidente, procedendo lungo il percorso, allorché si attraversa la parte alta del bosco Vallotella, costituito quasi esclusivamente da acero di monte, da frassino e da qualche castagno, con alberi che raggiungono proporzioni ragguardevoli e creano un ambiente silvano particolare.
Dai Predòlc a Faisecco
Da qui ci si può avviare in discesa verso la Valle dellAcqua per raggiungere Luzzana; oppure è possibile salire
continuando a seguire il crinale, verso il Monte Pranzà, su di un tracciato per ora poco frequentabile. Incontriamo cedui di carpino nero, quasi puri, che si sviluppano su di un substrato calcareo fessurato e carsificato. Dopo il primo capanno un tracciato forestale attraversa, sul versante sud, il bosco dei Canai, bellissimo bosco di castagneto da taglio quasi puro, in comune di Borgo di Terzo. Mantenendoci sul crinale incontriamo ambienti floristici inaspettati: ai frequenti tanaceto e arunco, che caratterizzano soprattutto il versante della Valle del Luio, si associano ora la peonia, liris, il giglio martagone e di S. Giovanni, alcune orchidee, il veratro. Siamo a circa mille metri e davanti a noi si apre un notevole squarcio paesaggistico sulla Valle dellAcqua. Imbocchiamo a sinistra un sentiero quasi pianeggiante che, attraverso il bosco Fellongo, ci porta a Faisecco (m. 850), in comune di Gaverina, in circa mezzora. Il Fellongo è un bosco di carpino, dove tuttavia si è insinuato il faggio cui si associano: nocciolo, sorbo, laburno, acero campestre, ciliegio; un aral, occupato in passato da carbonaie, presenta ora una ricchezza floristica eccezionale.
La riserva naturale parziale forestale e paesistica di Valpredina, istituita nel 27 marzo 1985, è localizzata in comune di Cenate Sopra, sul versante occidentale della Val Cavallina, nel territorio dellomonima frazione.
LOasi di Valpredina, con una superficie complessiva di ha. 37, si sviluppa da una quota di 380 m. fino a 900 m. s.l.m. verso la costa del sovrastante monte Misma; larea si snoda principalmente sulla pendice orografica destra della valle da cui ha preso il nome, e che rappresenta una testimonianza storica del paesaggio tipico delle Prealpi bergamasche: un complesso di contrafforti e di rilievi montuosi dove avviene la transizione naturale tra la pianura sottostante e lambiente alpino, e dove lambiente selvatico e lintervento delluomo riescono a convivere con unarmonia sempre più rara.
Dagli anni 50 la proprietà ha effettuato diversi e significativi interventi di ripristino del paesaggio e dei fabbricati e una particolare attenzione era stata data alla riconversione del patrimonio boschivo; grazie ad un lascito, il WWF ne è diventato, agli inizi degli anni 80, proprietario e contemporaneamente lente gestore con finalità di mantenimento di un ambiente integro e affascinante. Posta in posizione climatica favorevole, nella sua parte inferiore è caratterizzata dalla villa padronale con giardino, al cui interno si sviluppano diverse specie di piante ornamentali, alcune anche esotiche. Salendo si incontrano aree agricole terrazzate caratterizzate dalla presenza di vite e in particolare, ad accentuare la buona esposizione, di olivi.
Proseguendo in altezza si incontrano boschi di latifoglie termofile costituiti principalmente da roverelle (Quercus pubescens), carpini neri (Ostrya carpinifolia), ornelli (Fraxinus ornus), con castagni (Castanea sativa), pini silvestri (Pinus sylvestris) e betulle (Betula pendula). Lo strato arbustivo è caratterizzato dalle presenze di biancospino (Crataegus monogyna), di sanguinello (Cornus sanguinea), dal maggiociondolo (Laburnum anagyroides). Molto importanti risultano le presenze faunistiche, non solo legate alla componente ornitologica con codirossi, crocieri, frosoni, scriccioli, capinere, cincie more, pigliamosche a cui vanno aggiunti il rigogolo dalla caratteristica livrea giallo zolfo del maschio e il gufo comune tra i rapaci notturni.
Tra i mammiferi vanno ricordati il tasso, la faina, la donnola e il riccio, ben presente nelloasi; tra i roditori si possono segnalare lo scoiattolo, il ghiro e il moscardino, mentre sicuramente molto importante risulta la presenza di pipistrelli appartenenti alla famiglia dei vespertilionidi (indicatori di buona qualità ambientale come tutti i chirotteri). Rettili e anfibi risultano ben rappresentati; tra gli anfibi va ricordata la presenza di tritone crestato e della salamandra pezzata, simbolo della riserva stessa.
Questultimo anfibio è uno dei più belli e vistosi della nostra fauna. Lunga fino a venti cm., è caratterizzata dalla inconfondibile livrea nera a macchie gialle. La salamandra pezzata ha abitudini notturne e si nasconde in cavità nelle rocce, sotto i ceppi o le radici; è possibile inoltre incontrarla di giorno dopo forti piogge o acquazzoni. La specie in Italia è in sensibile diminuzione a causa della pressione antropica e della conseguente limitazione dellhabitat naturale. Alcune leggende attribuiscono poteri malefici o soprannaturali a questo innocuo animale, che invece possiede solamente, come apparato difensivo, alcune ghiandole che lo proteggono dai predatori con secrezioni repellenti.
La riserva è raggiungibile dalla SS. 42 direzione Lovere; raggiunto labitato di Trescore, si seguono le indicazioni per Cenate Sopra e poi proseguendo quelle per la riserva naturale di Valpredina. Le visite sono effettuabili tutto lanno previa prenotazione presso la sezione WWF di Bergamo (035/226038) o direttamente presso la riserva (035/956140) per gruppi superiori alle 8 persone.